Nel 1978, viene chiamato alla RAI come cabarettista. Non c’è nulla di meglio per un comico che aspira a diventare famoso che trovarsi nella televisione nazionale, così, accanto a Enrico Beruschi, Gianfranco D’Angelo, Enzo De Caro, Daniela Poggi e Adriana Russo partecipa ai programmi “La sberla” (1978) e “Tutto compreso” (1978) di Giancarlo Nicotra e Giancarlo Magalli. Disgraziatamente però, i suoi sketch non riescono a coinvolgere il pubblico come lui desidera, colpa forse dei testi che non sono esattamente quelli che lui vorrebbe, così con D’Angelo pensa di abbandonare la RAI per passare a una nuova rete: la Fininvest (attuale Mediaset).

The one drawing the most attention was Titicut Follies (1967), which went inside the State Prison for the Criminally Insane in Bridgewater, Massachusetts, and graphically revealed the of the patients therein. As part of their care, patients suffered force feeding, unnecessary nakedness, squalid conditions, and numerous other indignities. The title refers to a variety show staged within the institution that creates a sharp, ironic relief to the horrific other scenes.

Altro che auto e comodità. Passaggi volanti, treni merci, tanto freddo, poco cibo. E qualche carta da mille in tasca. Impossibile non leggere la commedia adolescenziale di Burr Steers (Igby Goes Down) come una rappresentazione del fenomeno divistico Efron: l’esigenza della visibilità pubblica che crea il monstre (di bravura) e lo sbatte in prima pagina o al centro dello schermo. Più defilato nelle performance cinematografiche precedenti, Zac Efron in 17 Again mette in scena la faccia tradizionale del divo, capricciosa e crudele, imprigionata nel cliché costruito con applicazione e impegno nel laboratorio Disney. Eppure l’esagerato talento dell’attore dichiara la necessità di gettare la maschera e rivelare la “vera” natura, magari maleducata, magari emancipata dai buoni sentimenti, magari meno splendida e più corrotta.

About this Item: Takagi Gallery, 1979. Softcover (Saddle stapled). Condition: Very Good. Cerca un cinemaTanto più che Loro 1 è già due film in uno. Il primo vede al centro, appunto, Loro, che non sono “quelli che contano”, ma gli squallidi frequentatori del suk di cui sopra. Il principio è lo stesso de Il divo: raccontare un politico italiano di immenso potere evidenziando innanzitutto il sottomondo che lo circonda, al contempo sua emanazione e suo brodo di coltura.

Nonostante il film si guardi da cima a fondo senza cali di attenzione, è evidente che siamo nuovamente più in zona racconto televisivo ed episodico che non in zona cinema puro. La ragione non sta soltanto nell’uso differente della macchina da presa ma nell’assenza volontaria di quel filtro che Frears allentava ma ancora manteneva tra coscienza privata e coscienza politica, quella zona di mistero e di vuoto che il rituale e il simbolico esigevano, complice la presenza di un’istituzione altrettanto vuota e misteriosa come la monarchia. Qui, al contrario, anche poiché i temi trattati hanno ben altro peso, la scrittura è improntata ancora alla mimesi ma sottomessa alla responsabilità e asservita alla verificabilità di ogni parola ed ogni azione.

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